Architettura e luce interagiscono alla Biennale 54

Ambient. Iniziamo da quelle opere che interagiscono con lo spazio architettonico, come nel caso dello Spazio Elastico di Giovanni Colombo, la storica installazione presentata alla Biennale del 1968. Ricreata al padiglione centrale ai Giardini, è un ambiente buio di forma quadrata 4x4x4 metri, scandito da una griglia tridimensionale quadrettata disegnata da fili di materiale elastico fluorescente, resi luminosi dalla luce “nera” delle lampade di Wood. Entrandovi, si perde il consueto senso di orientamento spaziale e ci si smarrisce in una sorta di apparente labirinto.

 

Che la luce possa alterare la percezione spaziale lo dimostra anche il grande maestro James Turrell nel suo ganzfeld Apani all’Arsenale, un’installazione in cui entri e provi la sensazione di spazio infinito, pur trovandoti in un ambiente confinato.
E forse riteniamo che qualcosa debba a Turrell il lavoro presentato al padiglione della Grecia ai Giardini, interamente occupato dall’installazione dell’artista Dihoandi. Un ambiente totalmente spoglio dove si cammina su una pedana che si snoda sopra un grigio pavimento coperto di acqua che riflette, con una perfetta corrispondenza geometrica, una striscia di luce bianca proveniente da una grande fessura verticale che si apre in una parete laterale.
Sempre all’Arsenale troviamo l’installazione multimediale The national apavilion of then and now, 2011, di Haroon Mirza, una camera anecoica triangolare con una corona di luci led bianche sospesa al centro. Un suono continuo, quasi sibilante, fa accendere le luci. Dopo pochi minuti tutto si spegne ma non nei nostri occhi, che continuano a vedere una traccia luminosa nel buio.
Dello stesso artista l’installazione Sick al padiglione centrale dei Giardini, all’interno del para-padiglione a stella di Monika Sosnowska. Un ambiente (un filo di led bianchi, suono, video e pepita d’oro) in cui la luce però è meno determinante per la fruizione dell’opera.

 

Singolare e intrigante l’allestimento della giovane artista giapponese Tabaimo nel padiglione del suo paese ai Giardini. Il titolo dell’opera, Teleco-soup, si potrebbe tradurre zuppa al contrario. L’ispirazione è il famoso motto del filosofo cinese Zhuangzi: “una rana in un pozzo non riesce a concepire l’oceano”. Ma, hanno aggiunto i giapponesi, “sa quanto è alto il cielo”. L’artista ha ribaltato l’ordine di questo rapporto e, grazie a proiezioni multicanale e superfici specchiate, ha portato l’oceano all’interno del padiglione, che poggia su piloni e pertanto è staccato dal suolo. Invece il pozzo da cui vedere il cielo si “apre” verso il basso, è chiuso da uno specchio e sulle sue pareti sono proiettate immagini di nuvole. Le animazioni proiettate all’interno del padiglione, grazie appunto al sistema di specchi, circondano completamente lo spettatore per raccontargli, attraverso immagini simboliche che riecheggiano Hokusai, i problemi della vita quotidiana che si celano sotto la superficie della quotidianità del nostro oceano.

 

Torniamo ancora all’Arsenale allo spettacolare Black Arch delle sorelle saudite Raja e Shadia Alem, per l’Arabia Saudita che partecipa per la prima volta alla Biennale. Incentrato sul tema del nero, un colore culturalmente importante nel loro paese, basti pensare alla famosa Pietra Nera alla Mecca, si presenta con un grande specchio nero ovale in acciaio con un facciata lucida e una opaca, la cui sagoma è ripresa a pavimento da sfere di acciaio lucido, disposte a cerchi concentrici attorno a un cubo che racchiude un altro cubo, dentro il quale a sua volta luccicano sassolini. Le due superfici, una orizzontale e l’altra verticale, sono unite dai loro riflessi e da immagini proiettate. L’installazione intende così stabilire un confronto fra due città totalmente diverse come La Mecca, simboleggiata dal cubo nero, e Venezia, rappresentata dalle superfici specchiate.

 

Un altro paesaggio urbano lo ha creato a Palazzo Albizzi l’artista lettone Kristaps Ģelzis, che ha realizzato l’installazione site specific Artificial Peace (Contemporary Landscape). Sulle pareti, che circondano lo spettatore invitato a entrare, si dispiega un panorama dal cielo a colori cangianti grazie all’uso di vernici fotosensibili, che nei colori simulano le diverse situazioni di luce del cielo durante una giornata, dall’alba sino ad arrivare alla notte resa con un piccolo simpatico espediente.

 

di Clara Lovisetti

 

Nell’immagine di apertura Padiglione Giappone, Giardini: veduta dell’installazione Tabaimo: teleco-soup, 2011, di Tabaimo

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