Design, la luce secondo Catellani&Smith

“Viaggio sperimentale fatto involontariamente” direbbe Fernando Pessoa, di Enzo Catellani. Destinazione: la luce. Meta raggiunta senza complicazioni.
Ci sono parole come “luce, illuminare”, che esistono in tutte le lingue, non sono espressioni di un’idea, ma espressioni di uno sforzo verso quell’idea. La luce, “la luce e basta” come dice Catellani, non è una riduzione a zero della forma, ma qualcosa di diverso, un “altrove” rispetto alla forma. Così Catellani cerca con le lampade di condividere, con gli altri, cioè noi, la “sua” percezione della luce, quella che preferisce. Una percezione che è il legame tra il mondo materiale e il mondo intellettuale: un mondo fatto di pensieri, ma anche di sensazioni, di emozioni. Di semplicità perfetta, quasi magica. Dice: “Perché quello che conta davvero, in una lampada, è la luce”.
Catellani ha scelto quella frase latina che spesso troviamo sulle meridiane: “Sine lumine, pereo”. Senza luce sono perduto. E così si connotano le sue lampade, l’oro, il gesto semplicissimo del modificare una forma che c’era già; perché, ha ragione lui, non è la forma, la destinazione. La meta è la luce. Le lampade di Catellani, anzi le sue luci (la Luce d’Oro), rispondono all’incanto degli occhi, al calore del fuoco, alla preziosità da morbida pepita dell’oro puro, proprio quando viene trovata in mezzo a mille sassolini senza valore. Come il sole, come il fuoco, come la luce, queste luci non hanno (non vogliono avere?) una forma che le incateni. Non sono forzate esercitazioni formali, vivono di vita propria. Brillano di luce propria. Sono oggetti che lasciano un’impronta nell’anima, che affascinano perché non sono mai uguali tra loro. La loro luce è più vicina a una voce, a un suono, a un’emozione, a una sensazione di benessere. Se la bellezza di un oggetto sta nel fatto che chi lo ha creato ha centrato più o meno il bisogno al quale l’oggetto risponde, le Luci d’Oro di Catellani sono belle, anzi bellissime. Suscitano impressioni armoniose, procurano un’istintiva felicità. “Bello accenderle, tenerle accese. Vedere come ti rimandano i loro bagliori dorati, come ti avvicinano ai sogni.”
La collezione Stchu-Moon propone un oggetto che gioca con la rifrazione della luce su superfici irregolari e che separa la fonte luminosa dall’oggetto illuminante, dando così a quest’ultimo una valenza decorativa indipendente. Quello che colpisce di questa nuova collezione sono l’estrema durezza e l’essenzialità della forma, elementi che nascondono il vero significato di questi oggetti. L’opera vuole mostrare concretamente il principio di rifrazione della luce che, proiettata su un corpo volutamente irregolare si amplifica rendendo l’oggetto stesso “tutta luce”. Luce infatti non è la fonte di partenza, ma luce diventa tutto ciò che la riceve.
PostKrisi, una collezione che apre un nuovo capitolo. Per la prima volta è stato inserito, o meglio, messo in primo piano, l’elemento colore. Lampade in tessuto di vetro dipinte a mano, con colori primari, puri; lampade a due facce dove la luce interagisce contemporaneamente con il colore e con la forma in un gioco di trasparenze e di contrasti. La forma, elemento che nelle collezioni ha sempre avuto un ruolo determinante, ancora una volta imprigiona la luce modellandone l’ombra. Questa volta però il gioco si spinge oltre: il tessuto di vetro infatti, sapiente unione tra elasticità e robusta trasparenza, consente, con semplici gesti, di avere variazioni di forma che producono intriganti e suggestive ombre sui muri, il cui effetto è amplificato dalla sfrangiatura, come un pezzo di stoffa stracciata. Lampade molto resistenti, dall’aspetto delicato, ci proiettano in un mondo fantastico che un poco ci riporta all’atmosfera creata dalle lampade di carta giapponesi. Luci colorate che disegnano ombre, luci dalle forme pure e dai colori primati. Una carta di vetro, un vetro elastico, una carta impermeabile, brandelli strappati dall’effetto materico che contrastano armonicamente con la pura, fredda, struttura in acciaio. È stato utilizzato il tessuto di vetro, la sua trasparenza, anche lasciandolo puro, non dipinto: l’effetto qui è altrettanto suggestivo, la trama del tessuto, inglobata nella resina, spezza la luce creando quasi un riverbero. Lampade con le quali giocare, forme da inventare, macchie di colore che si trasformano in disegni di luce. Questa collezione, dalle infinite combinazioni, ha solo un limite: dire basta.
Fil De Fer nasce dalla richiesta di realizzare un enorme lampadario per il Museo della Cartografia di Stato – Fontana di Trevi a Roma. Si chiedeva una lampada di enormi dimensioni, ma nello stesso tempo aerea e con tante luci. Una lampada che richiamasse l’universo. Enzo Catellani pensò subito a un materiale leggero e plasmabile che, nello stesso tempo, diventasse struttura adatta a contenere tanti punti luminosi. Sperimentò la plasmabilità del filo di ferro e la prima forma che ne uscì fu un’enorme sfera. L’aspetto ricordava i cespugli mossi dal vento e rotolanti leggeri nel deserto messicano.

 

Immagini delle collezioni 

Sogni d’Oro

Luna nel pozzo

PostKrisi

Fil De Fer

L’albero della luce

 

Per informazioni:
www.catellanismith.com

 

Nell’immagine di apertura, Luna nel pozzo

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