Il lighting designer e la Natura, intervista a Stefano Dall’Osso

L’illuminotecnica è fatta di progetto, tecnica, arte, tecnologie innovative ed efficienti e di “nuovo” da cui trarre ispirazione. In una piacevole telefonata con Stefano Dall’Osso, lighting designer marchigiano che lavora in diverse parti del Mondo, in Europa e fuori, abbiamo avuto la possibilità di capire che tra l’uomo e il progetto non c’è un confine e che è soprattutto l’uomo, e il momento che sta vivendo, a guidare il progetto, non viceversa. E la Natura, in cui l’uomo è immerso e che l’uomo cerca di dominare o di rispettare (dipende dai punti di vista), che ruolo ha in tutto questo? Leggiamo cosa ci ha detto Stefano Dall’Osso.

 

I progetti di Stefano Dall’Osso pubblicati su Illuminotecnica: Tra sushi e lighting design, il progetto del ristorante giapponese SushiTa e Lighting design, Stefano Dall’Osso per Confartigiano Lodi: chi si occupa di luce non può essere pessimista.

 

Illuminotecnica.com. Domotica, comfort, risparmio energetico, intimità unita a funzionalità. Sono tante le esigenze avanzate dai clienti oggi. Quali sono invece secondo lei le caratteristiche che un progetto illuminotecnico deve avere, quelle che ritiene indispensabili per tutte le tipologie di progetto?

 

Stefano Dall’Osso. La progettazione illuminotecnica è sempre una progettazione di servizio che deve permettere di vivere un’esperienza quanto più possibile positiva dell’ambiente da illuminare e agevolare lo svolgimento delle attività previste al suo interno. Sicuramente un appropriato progetto illuminotecnico deve garantire un corretto livello d’illuminamento nel pieno rispetto delle normative previste per ogni specifica applicazione.
Al centro di ogni progetto illuminotecnico ci sono poi le esigenze di chi lo commissiona e le tendenze dettate dal mercato. Un concetto sempre più diffuso che riscuote molto successo al momento è quello del dinamismo di uno spazio, ovvero della capacità di creare, attraverso la luce, numerosi scenari luminosi che permettono di prevedere varie scenografie per un luogo e suscitare atmosfere diverse a seconda delle sue funzioni. In tal modo si riesce a generare dei multipli di un singolo luogo, conferendogli svariati caratteri e identità, rendendolo ogni volta adatto alle attività che deve ospitare.
Il mio principale obiettivo è quello di rendere un ambiente il più comunicativo possibile, che crei emozioni e influenzi positivamente lo stato d’animo del fruitore, intervenendo sia sull’aspetto funzionale, sia su quello emozionale in termini di qualità, quantità e direzione della luce. L’ambiente viene enfatizzato da un’illuminazione di qualità se i tre parametri sono ben bilanciati. In generale, il progetto illuminotecnico deve assecondare il progetto architettonico modellandosi su di esso, senza alterarlo, cercando, laddove è possibile, di mascherarne i difetti ed esaltarne i punti di forza.
Le esigenze cambiano a seconda del progetto e, nel caso di ambienti in cui anche le fonti di luce sono in primo piano, le soluzioni adottate dovranno avere un impatto estetico caratterizzante; mentre dove c’è bisogno di illuminare interferendo il meno possibile sull’ambiente (edifici storici, monumenti…), la luce deve essere in grado di risaltare senza farsi notare, integrarsi e fondersi nell’architettura.

 

I. Sul suo sito stefanodallosso.it si legge che il compito del Lighting Designer consiste nell’ “armonizzazione fra esistente e irrazionale, fra progettazione, contaminazione e rispetto per lo spazio”. Ci spiega meglio questa affascinante definizione?

 

SO. Il progettista della luce è un professionista che crea atmosfere, suscita emozioni, rende più accoglienti e vivibili gli spazi personali e collettivi. Lo fa con le sue competenze tecniche e culturali, utilizzando materiali che mescolano tecnologia e design, funzionalità e immagine. Pertanto niente in questo lavoro resta isolato, ma tutte le varie componenti devono essere opportunamente armonizzate.
La mia filosofia consiste nell’intervenire nel modo più rispettoso possibile dello spazio in cui si opera, sviluppando soluzioni col minore impatto ambientale e visivo possibile e il massimo risparmio energetico.
Il mio lavoro non prevede esclusivamente l’abilità tecnica nel gestire un impianto luminoso, ma richiede un talento innato nel riconoscere e sviluppare la soluzione più adatta a ogni singola situazione. D’altronde, lo studio della luce è una scienza emozionale che implica uno studio accurato e tecnico per stare sempre al passo con le nuove tecnologie e una sensibilità artistica per comprendere le richieste del cliente e arrivare a caratterizzare l’ambiente esteticamente.
Si può affermare che la luce conferisca la quarta dimensione agli oggetti, e, attraverso questa, riesca ad accrescere la percezione emotiva, aumentare il tasso di sensorialità e di interattività dell’ambiente; il progetto, in tal modo, assume un’importanza fondamentale e si carica anche di valenze psicologiche: deve coinvolgere e stimolare mediante forme, colori, movimento.

 

I. Lei si occupa anche di Design industriale. Le linee dei suoi prodotti sono sempre pure, geometriche.  Non fa quasi mai ricorso a linee morbide. Qual è la storia del suo design e quali sono i designer cui fa riferimento?

 

SO. Per scegliere sempre il giusto prodotto in ogni progetto illuminotecnico da me redatto, mi tengo aggiornato sulle ultime novità e tecnologie introdotte sul mercato da parte delle principali aziende produttrici di apparecchi di illuminazione, non mi affido mai esclusivamente a un solo produttore. È difficile per me avere dei designer di riferimento.  Quando non riesco a trovare ciò che mi soddisfa o che meglio si addice al progetto del momento, preferisco individuare la soluzione autonomamente progettando apparecchi su misura. Studiando un design personalizzato per ogni necessità, sono in grado di fornire una proposta che si avvicina quanto più alle aspettative del cliente.
La mia unica musa ispiratrice è la Natura. Sono del parere che, per creare qualcosa di “bello”, nulla deve essere inventato. In qualsiasi ambiente, naturale e non, le forme più ricorrenti sono quelle geometriche. Tutte le forme più perfette sono già esistenti in natura, dove ogni elemento è in proporzione aurea: tutto è riconducibile a linee e porzioni di cerchi in perfetta armonia tra di essi, senza bisogno di ricorrere a forme complesse.
Gli apparecchi illuminanti dei quali realizzo i prototipi prendono spunto dalla geometria descrittiva, hanno uno stile essenziale, minimalista, quasi concettuale. Ritengo, infatti, che la luce debba sempre rimanere la principale protagonista.
Data la tendenza sempre maggiore nel mercato dell’architettura e del design all’integrazione degli elementi d’arredo nello spazio, anche nel settore illuminotecnico si cerca di fondere la luce nell’ambiente circostante e anche per questo motivo gli apparecchi da me disegnati sono così semplici, adatti a nascondersi tra i materiali di costruzione o diventare parte di essi: le forme morbide, sinuose sono sicuramente più accattivanti, ma si prestano meno a una completa integrazione nello spazio.

 

I. Quanta influenza ha l’arte sui suoi lavori di design?

 

SO. L’arte è il primo canone di riferimento per un vero Lighting Designer. Come ho già affermato, uno degli elementi più interessanti di questa professione è proprio la mediazione tra la componente tecnica e quella artistica, che si mescolano e si completano per poter dar vita a un progetto quanto più perfetto sotto tutti i punti di vista: dall’efficienza energetica, alla capacità di suscitare emozioni.
Personalmente, posso affermare di essere stato influenzato dall’arte molto presto: sin da bambino, sono cresciuto in un vero e proprio museo costituito dalle collezioni di ceramiche di mio padre e, pertanto, il “bello” è entrato a far parte della mia vita sin dai primi anni.
Dal mio punto di vista, la luce stessa è uno dei più potenti strumenti artistici: luce e ombra sono gli elementi in grado di far emergere l’aspetto più creativo del lighting design, proprio come per un pittore lo sono i colori e i pennelli.
Per dar libero sfogo al lato artistico della mia professione, ho persino previsto, come potrà evincere dal sito ancora in fase di completamento, una sezione interamente dedicata alle opere d’arte in luce (Art in Light). Il mio obiettivo è dimostrare come il connubio tra la luce ed elementi naturali (come sabbia, gesso, filo di rame, filo di ferro, colori acrilici di base, spago, iuta, scarti di tornitura, legno, calce, polvere di marmo) possa essere fonte di emozioni. Non c’è bisogno, infatti, di raffinare i materiali per poter creare arte. Il contrasto tra l’innovazione tecnologica della fonte luminosa e l’asprezza e genuinità degli elementi naturali (espresso attraverso squarci, cuciture, etc…) riflette esattamente le sofferenze e i conflitti dell’animo umano, combattuto tra intime pulsioni e le convenzioni della società in cui vive.

 

I. Lei è uno dei referenti della regione Marche per l’applicazione e il rispetto della legge regionale contro l’inquinamento luminoso e ha aderito a CieloBuio, coordinamento per la protezione del cielo notturno. Ultimamente il Governo ha bocciato l’Operazione Cieli Bui, che prevedeva la razionalizzazione e l’ammodernamento dell’illuminazione in ambienti pubblici. È un’occasione persa. Che pensa di questa azione del Governo?

 

SO. Il mio interesse nel realizzare progetti illuminotecnici non si risolve soltanto in termini progettuali o artistici. La mia preoccupazione maggiore è rivolta verso le tematiche del risparmio energetico e della lotta contro l’inquinamento luminoso. Questo impegno si è tradotto nell’adesione al programma CieloBuio, fino a diventarne certificatore.
Purtroppo non tutti sono in grado o, peggio ancora, sono disposti a fare “buona luce”. Con questa espressione non intendo essere capaci di creare scenografie mozzafiato o inventare lampade d’effetto, ma avere l’abilità di gestire l’enorme risorsa in termini energetici di cui ci serviamo, in modo tale da ridurre al minimo gli sprechi e i danni all’ambiente.
La bocciatura dell’Operazione Cieli Bui è una questione di carattere meramente politico, dietro alla quale si celano gli interessi dei capitalisti italiani: si tratta di una lotta impari tra lobby di grandi aziende contro un piccolo gruppo di astronomi, astrofili, ambientalisti e professionisti dell’illuminazione che sostengono strenuamente una nobile causa.
Ciò che manca nel nostro paese è un’adeguata cultura della luce che mostri come la lotta contro l’inquinamento luminoso possa giovare, in termini economici, al risparmio energetico, e, dal punto di vista estetico, al rispetto del patrimonio Unesco.

 

Vai all’archivio interviste, i nostri dialoghi con designer e aziende.

Scritto da

The author didnt add any Information to his profile yet

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

News dal Network Tecnico