La Biennale di Venezia 54. Luce naturale e materiali

Riflessi e trasparenze. A conclusione dello Speciale dedicato alla 54esima edizione della Biennale di Venezia, non parliamo più di luce artificiale, ma di come la luce naturale interagisce con i materiali creando effetti di particolare suggestione.

 

In questo il vetro è protagonista, in particolare in un luogo come Venezia che ha fatto dell’arte vetraria una delle sue eccellenze a livello mondiale e che, in concomitanza con la Biennale d’Arte, ha iniziato a proporre una rassegna come Glasstress, che esplora le valenze artistiche del vetro.

 

Già lungo la sontuosa scalinata che a Palazzo Franchetti porta dall’ingresso al piano superiore dove è allestita la mostra, ci si imbatte nell’Emu di sfere di vetro ottico di Nawa Hohei e nel Water Block, sempre di vetro ottico, di Tokujn Yoshioka, talmente trasparente da sembrare proprio acqua solidificata. Di Anatoly Shuravlev troviamo la sospensione composta da lenti di diverso diametro Viewing Deception, che cambia letteralmente il modo di vedere la realtà che ci circonda. Come lo specchio (Dis)Orientation di Magdalena Jetelova, che ricorda quelli di Anish Kapoor.
Ma dove lo specchio si diverte a ingannarci, riflettendo non l’immagine che si trova di fronte ma quella dello specchio accanto in un gioco di scambio, è nell’installazione Mermaid’s View di Ernst Billgren

 

Il grande specchio all’ingresso della mostra irachena Wounded Water realizzato da Walid Siti in mylar e coperto in parte da una rete rossa, ci sembra invece che interpreti il titolo della mostra con una grande ferita, la rete rossa, su una superficie d’acqua, lo specchio.

 

Ma forse l’opera di specchio più celebrata alla Biennale è l’installazione 15 Steps to the Virgin di Monica Bonvicini all’Arsenale. Il titolo prende il nome dalla Presentazione della Vergine al Tempio di Tintoretto, pittore simbolo di questa Biennale sotto il segno delle “illuminazioni”, per i suoi studi sulla luce realizzati con modellini per vedere l’effetto reale da tradurre poi in pittura o per una scenografia teatrale. La scelta del materiale specchiato, abbinato a volte con luci  che sottolineano i gradini come nei teatri o nei cinema, è un riferimento alla spettacolarizzazione della nostra società, in particolare dell’Italia con i suoi festival di San Remo e Miss Italia, passando dalle varie Canzonissime dei decenni passati sino ai varietà televisivi odierni.

 

Che lo specchio si presti a interessanti soluzioni nelle scenografie lo vediamo dimostrato nell’allestimento del padiglione olandese ai Giardini, un edificio che si deve a un nome illustre dell’architettura moderna, Gerrit Rietveld, trasformato temporaneamente in un modello di teatro. Un progetto collettivo che ha visto impegnati Barbara Visser, Herman Verkerk, Johannes Schwartz, Joke Robaard, Maureen Mooren e Paul Kuipers, invitati dal curatore Guus Beumer.  
Come suggerito dal titolo Opera Aperta/Loose Work, preso da uno scritto di Umberto Eco del 1962, l’installazione esamina la nozione della rappresentatività e identità nazionali, così intrinseche nella storia della Biennale. Ma oltre a questo concetto di metodologia di lavoro, quest’installazione rimanda al concetto di scenografia operistica, anche nel senso di successione nel tempo che coinvolge le differenti scene, la composizione musicale e il libretto, le voci, gli scenari, le luci e i costumi.  Il tutto raccontato anche con il gioco dei riflessi di superfici specchiate sulle quali si rilfettono le tipiche informazioni relative a una rappresentazione operistica, attaccate sul soffitto sovrastante, rendendo scenografica anche la comunicazione.

 

di Clara Lovisetti

 

Nell’immagine di apertura la mostra Glasstress, Palazzo Franchetti: Ernst Billgren, Mermaid’s View, 2011, cornici e oggetti in vetro colorato.

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