La formazione di un designer della luce

Colloquio con Alberto Nason, designer dell’illuminazione. Ha iniziato a lavorare nello studio di Giorgio Camuffo quando era ancora studente all’accademia: si disegnava a mano, per fare un logo si usavano le lettere trasferibili della letraset, e le presentazioni dovevano essere bene impaginate perché il lavoro stava tutto lì. Questa impostazione da grafico gli servì come base per iniziare il lavoro da designer, la tipografia è stata la sua prima industria di design.
Nason afferma che il packaging è uno degli anelli che uniscono la grafica al design, che conoscere il tema del packaging è importante nella progettazione di un oggetto, e che il suo passato da grafico è sicuramente un componente del suo modo di disegnare. Pensando a un oggetto pensa all’armonia dei colori, a come verrà pubblicizzato e a che imballo avrà, a come verrà esposto. E, parola di Alberto Nason, anche questa è grafica.

 

Ha collaborato con studi grafici a Londra (Option One e First City BBDO) e Francoforte (Peter Eckart e Olaf Barski), prima di tornare in Italia: in cosa il design inglese e tedesco sono diversi, ed eventualmente distanti, da quello italiano? E qual è al momento attuale l’opinione corrente sul design italiano, in particolare quello della luce, all’estero?
Gli inglesi hanno un approccio ampiamente artistico al design. Il disegno dal vero è molto considerato, le tecniche di rappresentazione come il carboncino, le matite di varie durezze, i colori: sono dei bravissimi illustratori.
Il design tedesco ha radici profonde con lo jugen stil e la bauhaus. In Germania si considera tutto il percorso di progettazione prima di sapere come sarà l’oggetto, si usano metodi matematici per eliminare o scegliere degli schizzi, incrociando le varie caratteristiche: è molto interessante e a volte rassicurante di fronte all’indecisione.
In Italia l’approccio al design è legato all’interazione fin dall’inizio dell’artigiano che aiuta il designer a capire materiale e lavorazione; e forse è questa la grande fortuna in Italia, la facilità di entrare nelle aziende e nei laboratori.
Le differenze tra queste tre realtà stanno solo nella parte iniziale della progettazione, la fase creativa, poi sono l’industria e il mercato a guidare le scelte nella fase finale del progetto.

 

Quali tra le sue collaborazioni o realizzazioni ritiene particolarmente significative per la sua formazione, e perché?
La collaborazione con lo studio di Michele De Lucchi è un’esperienza vissuta in prima persona, che mi ha fatto conoscere tantissimi bravi professionisti: ho avuto la fortuna di incontrare Ettore Sottsass e Achille Castiglioni, l’opportunità di stare insieme a tanti architetti, designer, grafici, e tutto questo arricchisce la mia professionalità.

 

Vi sono materiali e componenti particolari che predilige per le sue creazioni nell’ambito dell’illuminazione, e per quale motivo?
Questa domanda mi viene facile, in quanto sono nato a Murano e la mia casa si trovava tra due fornaci: sono cresciuto assieme al vetro, e per le lampade il vetro è sempre il materiale più usato grazie alle sue proprietà di diffusione della luce e di resistenza al calore. Adesso che le lampadine a incandescenza andranno a scomparire, i materiali anche meno resistenti al calore potranno essere seriamente presi in considerazione.

 

Qual è il suo rapporto – e di conseguenza dei suoi progetti – con la questione del risparmio energetico?
Nell’illuminazione si fanno delle scelte di risparmio energetico legate soprattutto alla fonte luminosa: sicuramente e finalmente l’utente finale ha accettato le lampadine fluorescenti, che si accendono subito e si scaldano in pochi secondi, mentre ricordo che le prime lampadine fluorescenti ci mettevano tantissimo prima di scaldarsi. Di conseguenza i progetti si legano a queste nuove fonti luminose e si conformano a esse.

 

A cura di Angelica Chondrogiannis

 

Nell’immagine: Alberto Nason, Lampada cubo a parete, Sforzin Illuminazione

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