Lighting designer o progettisti della luce? Paolo Castagna e Gianni Ravelli

La matrice è quella teatrale, entrambi infatti hanno lavorato in tale ambito prima di aprire nel 1996 lo studio di progetti multimediali C & R Castagna & Ravelli. Paolo Castagna, allievo del leggendario regista polacco Jerzy Grotowski, è stato per dieci anni aiuto di Luca Ronconi e collaboratore del compositore H. W. Henze. Gianni Ravelli, scenografo-costumista e opinionista del Corriere della Sera, è architetto e docente di progettazione della luce al Politecnico di Milano. Fra le loro realizzazioni recenti, l’evento multimediale a Palazzo Reale di Milano, nell’ambito delle celebrazioni per il centenario del movimento futurista nel 2009, la mostra per i 400 anni della Pinacoteca Ambrosiana di Milano, nel 2010. Alla passata edizione del festival della luce Led di Milano invece avevano ottenuto il primo posto per la migliore installazione luminosa con il progetto per le vetrate del Duomo di Milano, realizzate in collaborazione con Jacopo Tiscar. Un approccio il loro che non è quello del semplice “fare luce”. Abbiamo così iniziato il nostro incontro chiedendo loro se identificano davvero con la figura del lighting designer nell’accezione classica.

 

C & R. Preferiamo definirci “progettisti della luce” o “scenografi della luce”, piuttosto che lighting designer. E per un motivo ben preciso: il termine lighting designer sta a indicare una figura che, secondo noi, appartiene al passato, perché indica un approccio superato. Generalmente viene chiamato alla conclusione del progetto, quando si tratta di abbellire con la luce quanto è già stato realizzato, oppure, più semplicemente, di pensare a una illuminazione funzionale. Infine, il lighting designer sembra il portatore di conoscenze soprattutto tecniche. Insomma, noi – con tutto il rispetto per la categoria – procediamo in un altro modo.

 

E dunque che differenza c’è fra lighting designer e lighting artist?
C & R. Ci ricolleghiamo a quanto detto poco fa. Il lighting designer – almeno in Italia – ha soprattutto un ruolo tecnico. Il lighting artist svolge invece un ruolo creativo vero e proprio, come qualsiasi altro artista: solo che la materia su cui lavora è la luce. Insomma, si tratta di due categorie che sono e devono rimanere distinte. Purtroppo, nella confusione imperante, si pensa che chiunque possa “fare l’artista”. Ma non basta collocare una lampadina in una scatola per dire di aver fatto una installazione artistica.

 

Secondo voi è possibile un dialogo con l’arte?
C & R.
Da sempre l’arte dialoga con la luce. Sia con quella diurna che con quella artificiale. Tutta la grande architettura è pensata come contrapposizione fra pieni e vuoti, fra volumi aggettanti e rientranti. E, di conseguenza, fra parti in luce e parti in ombra. Basta pensare a uno degli elementi primari dell’architettura, la colonna, le cui scanalature sono nate appunto per “catturare” luce e ombra. Nelle tele e negli affreschi la contrapposizione fra luce e ombra viene utilizzata per conferire tridimensionalità alle figure e agli oggetti ma, in molti casi, si nota una specie di “gioco illusionistico” che mescola realtà e finzione. Persino la musica: come definire certi pezzi di Mozart se non luminosi? C’è addirittura una tonalità, il sol maggiore, che è definita “solare”. Allo stesso modo, potremmo definire molte composizioni ombrose e torbidamente buie.

 

Che cosa è per voi la luce?
C & R. A livello percettivo, potremmo dire che la luce non esiste, perché non è visibile. Esiste quello che la luce tocca, che illumina e che, quindi, diventa visibile. Ma esistono tanti modi per definire la luce che, fra l’altro, è fonte di vita. Per questo, simbolicamente, rappresenta Dio. “La luce è venuta nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta”: così il Vangelo di Giovanni simbolizza l’arrivo di Cristo fra gli uomini. Se poi affrontiamo l’aspetto psicologico, non c’è dubbio dell’importanza della luce nella nostra vita. Non a caso i Paesi nordici, dove gli autunni e gli inverni sono lunghissimi e caratterizzati da poche ore di luce naturale di giorno, presentano il maggior numero di suicidi. La luce è vita.

 

Qualche esempio di recente installazione?
C & R. Il più recente è la valorizzazione luminosa del palazzo di Brera. La nuova illuminazione della facciata è stata presentata ad aprile, durante il Salone del Mobile; quella del cortile d’onore sarà inaugurata alla fine di settembre. Attualmente stiamo lavorando a una doppia installazione luminosa per la Biennale di Grenoble, una manifestazione che unisce artisti e scienziati. Ci stiamo confrontando con alcuni fisici di Minatec (un centro di ricerca di altissima qualità); la musica – che è parte integrante dell’installazione – sarà composta da Michele Tadini. Recentemente abbiamo ultimato il progetto dell’illuminazione delle vetrate del Duomo di Milano e una nostra installazione sul Futurismo è entrata nell’Index Compasso d’Oro. Stiamo curando l’illuminazione interna ed esterna della nuova Pinacoteca Sabauda di Torino. E poi dovremo iniziare un progetto di illuminazione molto importante, che, per ora, è assolutamente top secret

 

Che cosa vorreste illuminare ma non lo avete (ancora) fatto?
C & R.
Naturalmente, data la nostra provenienza, pensiamo soprattutto ai grandi monumenti del passato, ma il vero sogno sarebbe l’illuminazione di Venezia, la città più bella del mondo ma purtroppo malissimo illuminata. Anzi non illuminata… Fra l’altro, saremmo le persone giuste. La nostra provenienza è teatrale e cosa c’è di più magnificamente teatrale di Venezia?

 

di Clara Lovisetti

 

 

Nell’immagine di apertura Paolo Castagna e Falco, il cane di Gianni Ravelli

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