Luce come medium. Conceptual light alla Biennale 54

Conceptual. La luce come medium artistico per diffondere un messaggio, esprimere un’idea o un concetto come nelle scritte al neon, oppure utilizzata in un ambito multimediale abbinata ad altri strumenti espressivi.

 

Alla prima categoria appartiene la scritta realizzata da Fernando Prats per il padiglione cileno all’Arsenale, che riproduce l’annuncio con il quale nel 1911 l’esploratore irlandese Ernest Shackleton reclutava uomini per il suo terzo e ultimo tentativo di arrivare al Polo Sud, una spedizione destinata al fallimento come le altre due. Oppure l’insegna stile american graffiti all’esterno del padiglione polacco ai Giardini, che riporta il titolo dell’allestimento And Europe Will Be Stunned.

 

Ma tornando un attimo alle Corderie, in una delle prime sale abbiamo Flow My Tears II di Mai-Thu Perret, una grande piramide di sottili tubi neon che appare quasi magicamente su una parete. Artista nota per il suo impegno femminista, è presente anche con l’installazione Flow My Tears I, un manichino dalla testa di vetro, vestito con una replica dell’abito fine anni ’30 Skeleton di Elsa Schiaparelli. L’opera deriva da un video girato dall’artista sulla storia di una figura femminile che vaga per Londra e lungo le coste inglesi.
Si ispira a Mario Merz l’installazione di David Nuur Hivewise, una capanna in compensato dipinto con una struttura in metallo a cui sono appese, in ordine casuale, alcune luci neon bianche.
Una scala a pioli di neon che arriva sino al soffitto del padiglione Italia all’Arsenale. La base è una gabbia sul cui pavimento giacciono alcuni monitor. Di Federica Marangoni, si intitola Escape e la metafora della fuga dalla civiltà contemporanea è abbastanza evidente.
La luce come energia che brucia, consuma e trasforma è quella utilizzata da Urs Fischer nella sua installazione untitled sempre alle Corderie, una riproduzione del Ratto delle Sabine di Giambologna e due sedie da ufficio, che sono in realtà candele accese che a poco a poco sciolgono letteralmente l’opera e daranno vita a nuove forme. Un messaggio sul divenire e l’impermanenza della vita, pensiamo.

 

Il duo Jennifer Allora e Guillermo Calzadilla abbronzante nella loro installazione – scultura Armed Freedom Lying on a Sunbed – ha fatto ricorso invece a un lettino abbronzante, sul quale giace una copia in bronzo modificata della statua della Libertà che si trova sulla cupola del parlamento statunitense. Un messaggio pacifista con il linguaggio del fitness per l’allestimento affidato ai due artisti del padiglione USA, al cui esterno troneggia imponente un carro armato capovolto i cui cingoli sono diventati un “pedometro”, una di quelle macchine da palestra per fare esercizio di camminata.

 

Altrettanto pacifista il messaggio di Thomas Hirschhorn autore dell’allestimento Crystal of Resistance, nuova versione 2011, per il padiglione svizzero.Come ha scritto lo stesso artista, “con questo lavoro voglio dare una forma che crei le condizioni per pensare a qualche cosa di nuovo, che permetta di ‘pensare’. Il cristallo è il motivo – ma solo quello. Come motivo, il cristallo è la dinamica che unisce e getta luce – una nuova luce – su tutto. Fa luce sul suo stesso significato, il suo tempo e la sua ragione d’essere”. Ecco così che il cristallo è l’elemento caratterizzante dell’allestimento, lo vediamo incrostato su iPhone giganti, su sedie e dentro manichini, bianco o scuro, vero o finto come quello che costella il soffitto. Un’opera complessa e sorprendente, certamente coinvolgente anche se forse un po’ sovraccarica sia di oggetti che di significati.

 

Di nuovo neon come messaggio a Palazzo Zenobio, sede del padiglione islandese, sulla cui facciata si legge la scritta luminosa Il tuo paese non esiste. Fa parte della mostra realizzata dagli artisti Olafur Olafsson e Libia Castro dal titolo “Under Deconstruction/In decostruzione”, che allude alla situazione dell’Islanda, paese andato come si dice in default vittima della financial bubble scoppiata nel 2008.

 

Una sagoma dell’Italia in neon bianco, rosso e verde, un richiamo all’anniversario dei 150 anni dell’unità d’Italia ma anche una allusione alle spinte “federaliste” di certi movimenti politici che vorrebbero due o tre Italie. Stiamo parlando di Up & Down di Michele Giangrande, esposta a Palazzo Bianchi Michiel alla mostra “Pino Pascali. Ritorno a Venezia/Puglia Arte Contemporanea” della Regione Puglia, a cura di Rosalba Branà e Giusy Caroppo, articolata in tre percorsi espositivi e dedicata alla figura dell’artista precocemente scomparso Pino Pascali, a cui sono intitolati un museo e un premio d’arte.
All’ingresso campeggia l’installazione Eclisse, di Giovanni Albanese (2007), una struttura a parete in ferro con lampadine fiammeggianti. Continuando nel percorso, troviamo l’installazione ambientale Hic et Nunc, 2006, di Giulio De Mitri in acciaio inox, vetrofusione, plexiglas, pvc, corpi illuminanti, anche questa centrata sul tema delle realtà nazionali con una cartina luminosa dell’Europa, capovolta, e una mezza sfera luminosa a pavimento.
Messaggio animalista invece per Urban Touch di Daniela Corbascio, sempre per la Regione Puglia, che ha cosparso il pavimento di una sala al piano superiore con giacche di pelliccia ripiegate, sulle quali ha messo una barretta di luce neon, a sottolineare come oramai la vita può essere solo quella artificiale come è artificiale la luce del neon.

 

Quello che sta cercando di ricevere il saudita Ahmed Mater, con la sua Antenna – The Cowboy Code di tubo neon, è un mondo diverso, una alternativa alla cultura teocratica islamica del suo paese, un fenomeno che sta attraversando trasversalmente tutto il mondo arabo, in particolare le giovani generazioni.
Anche Fayçal Baghriche, dall’Algeria, con il mappamondo luminoso rotante Souvenir ci parla di cambiamento, di un mondo che, come la sua installazione, gira così vorticosamente che non riusciamo più a distinguere gli elementi distintivi, le cose familiari e le peculiarità delle nazioni ci sfuggono, tutto diventa una indistinta superficie luminescente azzurra.
Entrambe le opere sono esposte nella gradevole mostra The Future of a Promise, allestita ai Magazzini del Sale con opere di artisti provenienti da diverse nazioni arabe e accomunati dalla volontà di rinnovamento culturale.
L’iracheno Al Kharim, con la serie di stampe fotografiche lambda Hidden Love cerca a sua volta di visualizzare una società urbana senza violenza. I suoi volti sfocati, a volte resi più misteriosi perché nascosti da un velo di seta, “implicano una incertezza di contesto, tempo e spazio”.  Esposti nel padiglione iracheno alla mostra Wounded Waters, appaiono magicamente sulla superficie del quadro solo se visti da una certa distanza e con la giusta angolazione della luce.

 

Dalla interessante mostra Personal Structures a Palazzo Bembo, due opere del giapponese Tatsuo Miyajima, Pile Up Life e Warp Time. La prima due cumuli a pavimento, la seconda uno specchio appeso a parete, sono coperte da numeri luminosi a Led – come un tempo venivano quasi esclusivamente utilizzate queste sorgenti di luce – per contare il passaggio del tempo e simulare così il trascorrere della vita. Il conteggio avviene a velocità diversa per significare che le persone vivono vite più o meno lunghe. I numeri appaiono in progressione dall’1 al 9, o viceversa, escluso lo 0 che simboleggia il nulla della morte e che, come tale, è collega all’oscurità quindi non visibile.
Similmente, Johannes Girardoni ha intitolato la sua installazione esposta a Palazzo Bembo The (Dis)appearance of Everything, costituita da elementi luminosi in resina con Led e un rifrequenziatiore spettro-sonico. In questo suo lavoro l’artista continua la sua ricerca al limite fra l’oggetto manufatto e l’evento percepito, trasformando le onde elettromagnetiche della luce in onde sonore tramite il rifrequenziatore e rendendo così di fatto udibile la luce.

 

Tre paia di surreali pantaloni da cui escono grosse mani rosate invece dei piedi. In mezzo, un osso luminoso. Questa la singolare installazione The Moon’s Hues Are Teasing di Shi Yong per Glasstress, esposta in una fornace dismessa, una delle tre location in cui si articola la mostra. Mani che sembrano esprimere più perplessità che timore di fronte a quel misterioso oggetto rovente.
Un omaggio alle api come esempio di società collettiva e all’inventore, a metà ‘800, del moderno sistema delle arnie, l’antropologo e sociologo ucraino Peter Ivanovich Prokopovych.
Stiamo parlando di Apiary. Destiny Drums, di Mikola Zhuravel e Vitaliy Ocheretyanyy presso la chiesa di San Stae, realizzate in collaborazione con la galleria “A-House” di Kiev e Arte Communications. Si tratta di due installazioni multimediali, costituite da proiezioni aperte in resina,con luci interne, di favi e di alveari resi con riproduzioni fotografiche sotto forma di “tamburi del destino” appesi come enormi lampadari al soffitto della chiesa (il progetto è stato precedentemente presentato in templi shintoisti, buddisti, cristiano ortodossi e cattolici). Gli artisti hanno voluto unire i concetti di ape, favo, essere umano e tempio, amore divino primordiale, dove la chiesa di San Stae simboleggia l’alveare e i visitatori le api.

 

Infine, di nuovo luce in senso di elevazione spirituale nell’installazione Ascension di Anish Kapoor presso la Basilica di San Giorgio, un messaggio al di là dei preconcetti religiosi e culturali.

 

di Clara Lovisetti

 

Nell’immagine di apertura Ahmed Mater, The Cowboy Code

 

Vai allo Speciale Biennale 54 di Illumnotecnica.com

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